C’è un filo sotterraneo che unisce Harari, Graeber e i miti più antichi dell’umanità. Non è un dettaglio erudito, né un gioco di parallelismi: è la percezione che i miti non siano semplici favole, ma la forma simbolica con cui le società hanno registrato le loro grandi trasformazioni.
Tra queste, nessuna è stata più radicale della rivoluzione agricola.
Il mito come memoria culturale
Harari lo dice con una formula provocatoria: non è stato l’uomo ad addomesticare il grano, ma il grano ad addomesticare l’uomo. Graeber e Wengrow, da un’altra prospettiva, mostrano che la transizione all’agricoltura non fu un destino inevitabile, ma una scelta culturale, ripetuta e spesso reversibile. Eppure, quando quella scelta divenne irreversibile, lasciò un segno profondo. I miti sono la traccia di quel segno.
La Genesi come racconto polemico della civiltà
La storia di Adamo ed Eva, letta fuori dal suo involucro teologico, sembra la memoria di un mondo perduto. Prima del frutto proibito, l’umanità vive in un giardino dove il cibo “cresce da sé”, senza fatica, senza proprietà, senza gerarchie. È la condizione dei cacciatori‑raccoglitori.
Il frutto proibito – la “conoscenza” – può essere letto come la scelta dell’agricoltura: un sapere che apre possibilità, ma chiude per sempre la porta del ritorno. La cacciata dal paradiso non è una punizione morale: è la conseguenza strutturale di un nuovo modo di vivere. Da quel momento, “mangerai il pane con il sudore del tuo volto”. Il lavoro agricolo è una maledizione, non una vocazione.
È un mito polemico, quasi una contro‑narrazione rispetto alla civiltà urbana che stava nascendo nel Vicino Oriente.
I miti mesopotamici: la celebrazione della città e del lavoro
Se la Genesi guarda alla civiltà con sospetto, i miti mesopotamici la celebrano apertamente. Non sono racconti nostalgici: sono testi politici.
Nell’Enuma Elish, gli dèi creano l’ordine del mondo e assegnano agli uomini il compito di mantenere templi e canali.
Nell’Atrahasis, gli uomini vengono creati per lavorare al posto degli dèi stanchi di scavare.
Nell’epopea di Gilgamesh, la città (Uruk) è il trionfo dell’umanità, mentre la natura selvaggia deve essere civilizzata.
Qui l’agricoltura non è una caduta: è un dono divino. La città non è violenza: è ordine. Il lavoro non è fatica: è la ragione stessa dell’esistenza umana.
Questi miti non generano una religione unificata, ma forniscono la struttura simbolica che permette alle città‑stato mesopotamiche di costruire sistemi religiosi complessi, ritualizzati, profondamente intrecciati con il potere politico. La religione è, in fondo, politica mitologizzata.
Due ideologie opposte
Il confronto tra Genesi e Mesopotamia è quasi un dialogo polemico.
Per la Bibbia, la città nasce con Caino, il fratricida.
Per i Sumeri, la città è il luogo dove gli dèi stabiliscono la giustizia.
Per la Genesi, il lavoro agricolo è una maledizione.
Per l’Atrahasis, è la vocazione dell’uomo.
Per la Bibbia, la conoscenza è perdita dell’innocenza.
Per i Babilonesi, è il fondamento dell’ordine cosmico.
È come se due memorie culturali si guardassero da lati opposti della stessa rivoluzione.
Il trauma della scelta
La rivoluzione agricola non fu solo un cambiamento economico: fu un cambiamento ontologico. Modificò il rapporto con il tempo, con lo spazio, con il corpo, con la morte, con il potere. Creò surplus, gerarchie, burocrazie, città, eserciti. E creò anche nostalgia.
La Genesi conserva quella nostalgia. I miti mesopotamici la rimuovono, trasformandola in celebrazione.
Harari e Graeber, ciascuno a modo suo, ci invitano a riascoltare entrambe le voci. Perché in quella frattura – tra il giardino e il campo, tra il dono spontaneo e il lavoro forzato, tra la libertà e la sicurezza – si gioca ancora oggi la nostra idea di civiltà.
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