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CORPO, PASSIONE E SENTIMENTI NELLA GRANDE RETE

Big data: il web ci ha rubato “la ragione”

ANGELA AZZARO

 Oltre ai dati personali per condizionare le campagne elettorali, sul web ci hanno “rubato” qualcosa di più prezioso: la ragione. Ormai, sempre più spesso, reagiamo agli eventi della vita (pubblica e privata) con la pancia, senza usare la logica o la ragione che dir si voglia. In questo humus - in cui i sentimenti primordiali la fanno da padroni - crescono fake news e il linguaggio dell’odio.
C’è una cosa che non si è detta o che si è detta poco in questo affaire che riguarda il “furto” dei dati dai profili social ai fini elettorali e per la manipolazione dell’opinione pubblica. Il web non ci ha rubato solo gusti, desideri, orientamenti politici. No. Ci ha rubato qualcosa di più importante, di fondamentale: ci ha rubato la logica, la “ragione”, quel metodo o modo di pensare per cui due più due fa quattro e non dieci venti mille o duemila. Si è persa ciò quella capacità che bene descrive il dizionario alla voce ragione: «La facoltà di pensare, peculiare dell’uomo e della donna, soprattutto in quanto capacità di discernere, di determinare rapporti logici e di formulare giudizi». Ecco i rapporti logici, la logica quindi, che è uno dei filoni più importanti della storia della filosofia. Ma anche senza ricostruire tutto il dibattito che ha attraversato il mondo del sapere, prendiamo anche qui la definizione di logica: «In filosofia, tradizionalmente lo studio delle leggi e delle funzioni che caratterizzano la struttura del pensiero in sé... oggi la logica è intesa come una disciplina di carattere matematico che studia le forme del ragionamento deduttivo, attraverso l’analisi della loro validità, ossia in quanto argomenti in cui la verità delle conclusioni consegue da quella delle premesse indipendentemente dal contenuto delle proposizioni coinvolte...». Rileggiamo: «... in cui la verità delle conclusioni consegue da quella delle premesse...». È esattamente questo il raccordo che non si trova più: sul web è saltato, rubato da un modo di ragionare che non ha più niente a che fare con la logica. È in questo humus che attecchiscono le fake news: non sono la causa ma la conseguenza di un modo di pensare che fa riferimento non alla ragione, ma ai sentimenti più profondi, spesso ancestrali. La notizia falsa viaggia su internet non perché ritenuta immediatamente vera, ma perché risponde a una convinzione che viene prima di qualsiasi possibilità di verifica o di logica.

Ci si crede perché corrisponde alle pulsioni più profonde, a un convincimento che sembra più simile alla fame e alla sete che a un punto di vista “ragionato” sulla realtà, a una come la chiamano i tedeschi - Weltanschauung, concenzione complessiva del mondo.

L’istinto considerato per lungo tempo un sentimento di “serie b” torna ad essere protagonista, conquista la vita pubblica e attraverso il web contagia la politica. Ma questa ir- ruzione, questa politica dei sentimenti non adeguatamente elaborata, sta travolgendo un po’ tutto, intaccando anche le istituzioni democratiche, lo stato di diritto, la convivenza, il senso di umanità. La stessa diffusione dell’odio sul web rientra in questo mood. Niente regge alla prova di una “pancia” che domina al posto della testa: i vaccini sono pericolosi e non necessari a salvare vite umane, le linee bianche nel cielo sono scie chimiche e non il segnale di un aereo che passa, qualsiasi avvenimento non viene spiegato sulla base delle informazioni certe, ma a partire da dati non provati e che determinano teorie complottiste.

Secondo l’intellettuale femminista Lea Melandri, in un articolo del 2016 «l’irruzione del “femminile” nella vita pubblica - inteso non solo come presenza quantitativa delle donne nel luogo da cui sono state tradizionalmente escluse, ma come protagonismo e rivalsa di tutto ciò che è stato identificato col “sesso debole” non poteva non intaccare i fondamenti della politica, mettere in discussione i concetti di libertà, democrazia, uguaglianza, fraternità, diritto, ridefinire in modo meno astratto la figura del cittadino. Se l’occasione di portare al centro della responsabilità collettiva la vita nella sua interezza - continua Melandri - si sta trasformando in “antipolitica” ( rovesciamento dei rapporti tra ordine e caos, realtà e immaginario, ragione e sentimenti) è perché si continuano ad ignorare i percorsi di liberazione e di allargamento dell’impegno politico aperti dalle culture alternative degli anni Settanta». È il corpo che si ribella e che chiede piena cittadinanza, ma questa cittadinanza al momento è stata conquistata a scapito della ragione. I due poli della vita umana - ragione e sentimento, come ricorda Jane Austen - andrebbero tenuti insieme, messi in connessione, senza lasciare fuori nessuno dei due. È questo forse lo sforzo che andrebbe fatto per uscire dalla contrapposizione tra antipolitica e una politica che però, per molti versi, non risponde più ai bisogni e al volere dei cittadini. Ma senza la ragione, senza la logica, il rischio è la deriva

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