Passa ai contenuti principali

Ci sono voluti molti anni per diventare giovani

C’è un momento, nella vita, in cui la giovinezza smette di essere un ricordo e diventa un lavoro. Non un ritorno nostalgico, ma un esercizio di sottrazione: togliere il superfluo, disinnescare le rigidità, imparare a non irrigidirsi davanti al mondo.

È un paradosso che si comprende solo tardi, quando l’età anagrafica ha già smesso di coincidere con quella interiore.

La frase ci sono voluti molti anni per diventare giovani non è un motto motivazionale. È una constatazione quasi crudele. Perché la giovinezza, quella autentica, non appartiene ai ventenni: appartiene a chi ha attraversato abbastanza stagioni da capire che la leggerezza non è un dono, ma una conquista.

La giovinezza come la intendo qui non è un’energia, ma una postura. È la capacità di guardare il mondo senza la corazza dell’abitudine. È la sospensione del giudizio, la disponibilità al possibile, la rinuncia a quella serietà che spesso scambiamo per maturità.

E allora sì, ci vogliono anni. Anni per disimparare la fretta. Anni per smettere di difendersi da tutto. Anni per concedersi il lusso di non sapere.

In questo senso, la giovinezza tardiva è una forma di resistenza. Resistenza alla società della prestazione, come la descrive Byung-Chul Han: quella che ci vuole sempre attivi, sempre produttivi, sempre trasparenti. Nel suo La società della stanchezza, Han scrive che il soggetto contemporaneo non è più obbediente, ma prestazionale: si sfrutta da solo, si consuma nel tentativo di essere sempre all’altezza. La giovinezza autentica, invece, è una forma di sottrazione: non cerca di essere all’altezza, ma di essere presente.

La giovinezza, alla fine, non è un’età: è un atto di fiducia. E come ogni atto di fiducia, richiede tempo. Molto più tempo di quanto avremmo immaginato.

Han parla anche di vita contemplativa, come antidoto alla velocità e alla trasparenza. La giovinezza conquistata tardi è proprio questo: una forma di contemplazione, una lentezza che non è debolezza, ma profondità.


È il tempo che indugia, come la luce di una finestra laterale su un tavolo segnato dal tempo. È la capacità di osservare una mela che ossida, un caffè lasciato a metà, una frase incompleta su un quaderno — e riconoscere in tutto questo una bellezza che non ha bisogno di essere mostrata.

Commenti

Post popolari in questo blog

MTV e la filosofia del “Do Not”: quando la musica anticipava la crisi del digitale

  MTV e la filosofia del “Do Not”: quando la musica anticipava la crisi del digitale Originale dalla campagna do not socialize di MTV Nel panorama delle campagne pubblicitarie provocatorie, quella di MTV denominata “Do Not Socialize” – parte della più ampia “Do Not” Philosophy – resta una delle più audaci e profetiche. Lanciata intorno al 2010, in un’epoca in cui i social network stavano conquistando il mondo, MTV si distaccò dal coro celebrativo per proporre una riflessione controcorrente: e se il digitale ci stesse rubando la vita reale? La campagna, visivamente potente e concettualmente ironica, invitava i giovani a non socializzare online , non condividere , non postare , non taggare . Un paradosso, certo, ma anche una provocazione lucida: MTV, da sempre voce della gioventù, stava mettendo in discussione il nuovo culto della connessione permanente. In un mondo che stava diventando sempre più “social”, MTV suggeriva di tornare a essere asociali – nel senso più liberatorio del...

Quando l’uomo lasciò il giardino dell'Eden: miti, agricoltura e la memoria di un trauma

C’è un filo sotterraneo che unisce Harari, Graeber e i miti più antichi dell’umanità. Non è un dettaglio erudito, né un gioco di parallelismi: è la percezione che i miti non siano semplici favole, ma la forma simbolica con cui le società hanno registrato le loro grandi trasformazioni. Tra queste, nessuna è stata più radicale della rivoluzione agricola. Il mito come memoria culturale Harari lo dice con una formula provocatoria: non è stato l’uomo ad addomesticare il grano, ma il grano ad addomesticare l’uomo. Graeber e Wengrow, da un’altra prospettiva, mostrano che la transizione all’agricoltura non fu un destino inevitabile, ma una scelta culturale, ripetuta e spesso reversibile. Eppure, quando quella scelta divenne irreversibile, lasciò un segno profondo. I miti sono la traccia di quel segno. La Genesi come racconto polemico della civiltà La storia di Adamo ed Eva, letta fuori dal suo involucro teologico, sembra la memoria di un mondo perduto. Prima del frutto proibito, l’umanità vive...

Generatore di frasi casuali

 Ricordo molti anni fa avevo una fotocopia.. chissà dov'è. Conteneva una tabella di frasi brevi o parole  che, unite, prese a caso da una riga dalla prima all'ultima colonna davano come risultato una frase corretta in italiano ma senza senso... utile per i politici. Ne ho risentito parlare ed ho scoperto che era materiale del libro Impariamo l'Italiano di Cesare Marchi. Bene, le frasi sono queste qui sotto e con Claude, senza conoscere niente di programmazione puoi divertirti a fare generare le frasi: clicca  https://claude.site/artifacts/81a64f7a-d9d5-4ca5-8281-5dea6af54f43   L’utenza potenziale si caratterizza per il ribaltamento della logica assistenziale preesistente nel primario interesse della popolazione sostanziando e vitalizzando nei tempi brevi, anzi brevissimi la trasparenza di ogni atto decisionale Il bisogno emergente ...