5 giugno 2018

DOSSIER SEGRETO DEL GOVERNO: MANCHERANNO CIBO E FARMACI

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Brexit si avvicina e Londra si prepara per l’Armageddon
VALERIO SOFIA
Apocalisse in vista per la Gran Bretagna? Cosa succederà davvero con la Brexit è sempre più un grande punto interrogativo che angoscia molti, ma seppure le conseguenze non sono ancor chiare, è sempre più evidente a tutti un divorzio non porta mai a qualcosa di buono né passa indenne senza lasciare ferite. Prima del referendum i nemici della Brexit parlavano di apocalisse, di disastri economici e sociali per la Gran Bretagna, ma erano tacciati di esagerazione e di propaganda.
I primi effetti economici dopo il referendum non sono stati ancora traumatici e parevano dar ragione a chi non la vedeva tanto fosca.
Poi però i vincitori della Brexit, a partire dal nazionalista Nicholas Farage, hanno ammesso di aver nascosto qualche problema e poi si sono defilati dalla politica, e forse neanche loro credevano davvero che avrebbe vinto il leave. Ora infatti spunta di nuovo l’orizzonte peggiore: non perché sia cambiato qualcosa ma perché secondo alcune fonti sarebbe trapelato un rapporto segreto per la premier Theresa May e per il ministro per la Brexit David Davis nel quale si dipinge una realtà da incubo. Lo studio delle conseguenze di una rottura traumatica è stato preparato da funzionari dei ministeri della Brexit, della Sanità e dei Trasporti. Addirittura le con-opo seguenze non sarebbero di carattere finanziario nel medio lungo termine, ma ci sarebbe un vero e proprio choc esplosivo in pochissimi giorni. Se il prossimo 29 marzo la Gran Bretagna dovesse uscire senza accordo dall’Unione europea ( e quindi dal mercato unico), in quindici giorni il Paese si potrebbe trovare ad affrontare una carenza di medicine, di carburante e di cibo.
Nello scenario intermedio ( ne sono stati preparati tre, dal più mite a quello chiamato Armageddon), il porto di Dover finirebbe in collasso già il primo giorno. I supermercati delle zone periferiche come Cornovaglia e Scozia finirebbero il cibo entro un paio di giorni e gli ospedali esaurirebbero i medicinali entro due settimane. Alla fine della seconda settimana anche la benzina sarebbe terminata. Il governo a sua volta avrebbe preparato misure di emergenza per rispondere alla catastrofe, tra le quali la necessità di portare per via aerea cibo e medicine nelle zone più remote, utilizzando anche i velivoli della Raf, la centenaria aviazione militare. Le fonti che hanno rivelato tutto questo alla stampa britannica ( in particolare al Sunday Times) non hanno neanche specificato quale possa essere lo scenario ulteriormente peggiore, quello più catastrofico.
Da Downing Street una smentita a metà: «Sappiamo che nulla di tutto ciò accadrà, siamo sempre stati chiari che stiamo pianificando tutti gli scenari e saremo pienamente preparati», ha affermato il portavoce della Primo ministro. «Siamo ugualmente chiari sul fatto che stiamo lavorando per un accordo perché è nell’interesse di entrambe le parti». Difficile non pensare che la rivelazione che qualcuno ha voluto far trapelare giochi un ruolo sulla scena politica britannica. Di recente è sempre più forte nelle isole lo scontro tra coloro che propugnano un secondo referendum per recedere dalla Brexit e invece i duri e puri che che fanno pressione perché uscire senza accordo, criticando quindi l’approccio soft di May. E la fuoriuscita di notizie catastrofiche potrebbe essere letta anche come una sorta di avviso ai più duri. Ma al contempo gli europeisti come i liberali ne approfittano per ribadire che il governo stia guidando la Gran Bretagna verso il disastro, e il peggio sarebbe – a loro dire – che ne è pure consapevole.

31 maggio 2018

DA CLASSE DIRIGENTE A CASTA: MA NON POSSIAMO FARNE A MENO

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Il crollo e le colpe delle odia ate élite


ANGIOLO BANDINELLI

Perché? Da dove nasce, dove ci porterà, cosa ci promette - o ci minaccia - la crisi delle élite che sta devastando in primo luogo quell’Occidente fino a ieri orgoglioso delle sue, rispettabili ed amate, spesso dalle radici secolari e oggi invece disprezzate, odiate, disarcionate dai monumenti in marmo o bronzo che erano stati eretti in loro onore ad ogni angolo di strada? E in Italia, dove la crisi appare nelle forme più gravi e corrosive, cosa dovremo aspettarci?

Non c’è tema oggi così in voga, ma anche così frainteso, come il tema delle élite. Sembrava pacifico che delle élite, in primo luogo le élite per eccellenza - le élite occidentali dei grandi paesi sviluppati nelle forme della democrazia – si sapesse tutto, almeno dalla fine del XIX secolo la sociologia se ne è molto occupata. Qui parliamo, s’intende, delle élite politiche, non delle elite in senso più generale, quelle che forse meglio sarebbe definire “classi dirigenti”, che comprendono anche intellettuali e imprenditori, grandi burocrati, addetti a commerci e professioni varie, insomma ceti e categorie non elettive, di formazione eterogenea, i cui comportamenti però influenzano direttamente il corpo sociale e - magari indirettamente - i comportamenti politici.

Secondo i giudizi più autorevoli, e nella conferma dell’esperienza storica, le élite tendono all’autoconservazione. Ciò porta ad una più o meno avvertita rigidità nella loro circolazione e ricambio; l’antipolitica teorizza addirittura la possibilità di fare a meno di un’élite politica, continuando ' così a chiedere risposte alla politica” proprio mentre la priva degli strumenti per darcele.

È Giovanni Orsina ad ammonirci che «la presenza di un’élite è condizione necessaria – ancorché non sufficiente – di un’azione politica e amministrativa minimamente sensata» ; aggiungendo che «un’élite non è un insieme casuale di persone più o meno competenti (...) ma una creatura storica complessa e delicata, che per nascere e svilupparsi ha bisogno di tempo, ri- sorse, regole, fiducia, valori e linguaggi condivisi». Nel 1922, Ortega y Gasset scrisse che «è un errore madornale» saltare dal fallimento di un’élite alla conclusione che si possa fare del tutto a meno di qualsiasi élite, in virtù magari di «teorie politiche e storiche che presentano come ideale una società esente di aristocrazia».

La nostra cultura e prassi occidentale esige che le élite siano aperte al ricambio, ad evitare che si cristallizzino in una immutabile “casta”. A prima vista, peraltro, «una élite assomiglia comunque parecchio a quella cosa detestabile che chiamiamo “casta”» : non è facile distinguere, comunque concordiamo, «la politica ha bisogno di una élite» ( sempre Giovanni Orsina, La Stampa, 22 dicembre 2016).

Con la fine dei regimi totalitari e delle loro élite ( o forse meglio, nel loro caso, classi dirigenti) selezionate e organizzate in modo piramidale e per cooptazione, sembra che il modello democratico- occidentale selezionato attraverso libere elezioni dovesse e potesse essere eterno - per quel che il termine può, in politica, significare: e infatti ci fu chi predisse la fine della storia, condannata ormai ad un infinito, ripetitivo presente, caratterizzato dal solo problema di come “esportare” la democrazia: sarebbe stata solo una questione di tempo, talvolta accellerato con modi un po’ spicci ma non messi in discussione se non, paradossalmente, da estremisti spesso essi stessi digiuni di democrazia.

Sembra oggi non sia più così semplice e chiaro: in tutti i paesi, a partire proprio da quelli occidentali, le élite sono piuttosto in crisi, galleggiano senza vento, inerti, in una bonaccia senza sbocco, prive di credibilità, e anche detestate presso quei popoli di cui erano fino a ieri rispettate, esemplari guide non solo per la loro professionalità ma anche nella loro moralità presa come esemplare dalla comunità dei cittadini, garantita dalla indiscussa e venerata pratica delle elezioni. Oggi quelle che erano, in quanto élite, la selezione ponderata delle qualità migliori di un popolo, sono denunciate come caste furfantesche avide di denaro e privilegi, isolate e incuranti del resto del mondo.

“Il re è nudo”, si potrebbe gridare se i rimproveri, le accuse, le colpe fossero accertati.

È cosi? La riflessione è avviata, i risultati sono ancora labili, discutibili. Su un solo tema c’è, pur nelle diverse analisi, una notevole concordia o confluenza, e cioè che tra le principali, determinanti cause della crisi delle élite e della loro funzione, statuto e modalità di nomina, ci siano due specifici fattori, in parte sovrapponibili tra loro: la globalizzazione e la diffusione del web, dei nuovi modi di comunicazione telematica. Come che sia, non vi è dubbio che da Trump all’Europa, antichi establishment da cui, un po’ come per i polli di batteria, si estraevano le élite, sono crollati, sono ormai incapaci di fornire nomi credibili e spendibili: i due grandi, secolari partiti americani, il repubblicano e il democratico, hanno ceduto il campo a uno sconosciuto inesperto di grande politica; in Inghilterra, sulla ragionevolezza e le capacità di mediazione delle sue famose élite hanno avuto ragione le pulsioni di una provincia istintivamente e irrazionalmente misoneista, la Germania vede vacillare la sua stabilità, in Francia ha successo una figura inquieta e forzatamente innovatrice su partiti svigoriti o non credibili.

E in Italia? In Italia generazioni di élite selezionate dalle incubatrici di ideologie apparentemente inattaccabili - dalla cattolico- clericale alla marxista - sono spazzate via e può essere candidato a governare il Paese un oscuro accademico dal curriculum non proprio specchiato, issato sulle spalle di due movimenti uniti da un unico obiettivo, spazzare via élite o caste.

Limitiamoci al nostro caso, anche se forse troppo sbilanciato ed estremo per essere indicativo e universalmente valido. E’ unanime - credo si possa dire - il riconoscimento che le vecchie e “collaudate” matrici delle nostre élite siano ormai vuote crisalidi. Peggio ancora, il termine élite, che non era di per sé negativo e discreditante, è divenuto sinonimo, o è stato perfettamente sostituito dal termine “casta”, connotativo di un gruppo di persone che, ricoprendo cariche pubbliche, difendono e incrementano privilegi personali ingiustificati. Ciò è conseguente al successo del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo La casta - Così i politici italiani sono diventati intoccabili ( uscito il 2 maggio del 2007). A sua volta, il titolo nasce da una frase di Walter Veltroni ( citata nel libro): «Quando i partiti si fanno caste di professionisti, la principale campagna antipartiti viene dai partiti stessi» ( in Spagna la parola “casta” fu usata con la stessa accezione nella retorica del partito politico Podemos durante il corso del 2014).

Quale che ne sia l’origine, il binomio “élite” e “casta” è ormai in Italia univoco, i due termini sono sovrapponibili. Quanto sta succedendo in queste ore, con la rivolta dei due partiti populisti contro le Istituzioni, il Presidente Mattarella, ecc., è significativo. L’ondata rischia di travolgere, alla fin fine, l’intero retaggio storico su cui le istituzioni insistono per trarre la loro maggiore legittimazione.

Tempo fa, un uomo politico sicuramente democratico, Matteo Renzi, scoprì l’arte della rottamazione, come sinonimo di svecchiamento. L’idea fu sua, le conseguenze hanno alla fine travolto anche lui; evidentemente, sul piano inclinato della rottamazione ci sarà sempre un rottamatore più rottamatore di te. E’ l’effetto slavina, o valanga. Ciò che colpisce, però, è che questi populisti che stanno rottamando quasi tutto il nostro passato storico- politico, lo fanno nel nome della “sovranità” intangibile, anzi della “identità” del popolo. Il loro antieuropeismo ha queste radici ideologiche. Da una parte rottamatori di ogni istituzione, dall’altra difensori di un “popolo”, ridotto però ad una poltiglia senza più l’ossatura della sua

vera identità, l’identità storica. Ogni élite è élite del suo tempo e del suo contesto: al di fuori di questi due parametri, una determinata élite si dissolve.

Non c’è una élite buona per tutte le stagioni. Se l’élite storica, formatasi nei decenni, dell’Italia di ieri è stata disarcionata, non si riesce ancora a vedere di quale paese, di quale contesto sia élite quella che si sta avvicinando, pare ineluttabilmente, al potere. Alla marea montante dei populisti che ne hanno legalmente preso il posto non si vede chi possa opporre un argine, prospettando una alternativa credibile, spendibile in termini non storici ma politici. Certamente, sentiamo una infinità di voci che propongono e sostengono la ricostituzione di una “identità” della, o delle sinistre che possa reclamare il suo ruolo, oggi di opposizione e domani di governo. Ma i parametri che vengono suggeriti come fondamenta di questa ricostruzione sono esattamete quelli che la storia, ancor più che la politica, ha da tempo spazzato via. Vorremo, finalmente, capirlo? Globalizzazione economica e cultura del web sono non ventate passeggere, ma pilastri ineluttabili del comune futuro, ed è a partire da questa consapevolezza che dobbiamo lavorare alla nascita e al consolidamento delle nostre élite.
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