Passa ai contenuti principali

Cos'è e come si utilizza l'OpenID

geek4work
openidlogo.png
OpenID è uno standard di autenticazione e di accesso ai siti che permette agli utenti di usufruire di molti servizi con la stessa identità digitale.
Questo semplifica molto la vita ai naviganti in quanto, detto in altre parole, per loggarsi ai siti che utilizzano questo standard non è necessario creare una nuova identità ogni volta, cioè un nuovo nome utente e password, ma è possibile utilizzare una propria identità OpenID.
Già di per sè questo sarebbe un buon motivo per avere un’identità OpenID, registrando un account gratuito (naturalmente!) qui. Ma la cosa ancora più bella è che molto probabilmente tu hai già una idendità OpenID.
openid.png
Vi sono infatti molti siti importanti che hanno aderito a questo progetto ed è molto probabile che tu abbia già aperto un account presso di loro che potrai utilizzare come account OpenID. Vediamo quali sono al momento:
AOL
openid.aol.com/screenname
Blogger
blogname.blogspot.com
Flickr
www.flickr.com/photos/username
LiveDoor
profile.livedoor.com/username
LiveJournal
username.livejournal.com
Orange (France Telecom)
http://openid.orange.fr/
SmugMug
username.smugmug.com
Technorati
technorati.com/people/technorati/username
Vox
member.vox.com
Yahoo
http://openid.yahoo.com
WordPress.com
username.wordpress.com
In neretto è indicato il tuo nome utente OpenID.
Io utilizzo Yahoo! ma in questo caso quando accedi ai siti web devi digitare semplicemente yahoo.com nel boxino OpenID, anzichè indicare il nome utente.
Come è facile intuire il progetto OpenID non è centralizzato in quanto non esiste nessuna società che gestisce i dati di tutti gli utenti ma questi vengono forniti al sito che li richiede di volta in volta e senza memorizzali.

Commenti

Post popolari in questo blog

MTV e la filosofia del “Do Not”: quando la musica anticipava la crisi del digitale

  MTV e la filosofia del “Do Not”: quando la musica anticipava la crisi del digitale Originale dalla campagna do not socialize di MTV Nel panorama delle campagne pubblicitarie provocatorie, quella di MTV denominata “Do Not Socialize” – parte della più ampia “Do Not” Philosophy – resta una delle più audaci e profetiche. Lanciata intorno al 2010, in un’epoca in cui i social network stavano conquistando il mondo, MTV si distaccò dal coro celebrativo per proporre una riflessione controcorrente: e se il digitale ci stesse rubando la vita reale? La campagna, visivamente potente e concettualmente ironica, invitava i giovani a non socializzare online , non condividere , non postare , non taggare . Un paradosso, certo, ma anche una provocazione lucida: MTV, da sempre voce della gioventù, stava mettendo in discussione il nuovo culto della connessione permanente. In un mondo che stava diventando sempre più “social”, MTV suggeriva di tornare a essere asociali – nel senso più liberatorio del...

Quando l’uomo lasciò il giardino dell'Eden: miti, agricoltura e la memoria di un trauma

C’è un filo sotterraneo che unisce Harari, Graeber e i miti più antichi dell’umanità. Non è un dettaglio erudito, né un gioco di parallelismi: è la percezione che i miti non siano semplici favole, ma la forma simbolica con cui le società hanno registrato le loro grandi trasformazioni. Tra queste, nessuna è stata più radicale della rivoluzione agricola. Il mito come memoria culturale Harari lo dice con una formula provocatoria: non è stato l’uomo ad addomesticare il grano, ma il grano ad addomesticare l’uomo. Graeber e Wengrow, da un’altra prospettiva, mostrano che la transizione all’agricoltura non fu un destino inevitabile, ma una scelta culturale, ripetuta e spesso reversibile. Eppure, quando quella scelta divenne irreversibile, lasciò un segno profondo. I miti sono la traccia di quel segno. La Genesi come racconto polemico della civiltà La storia di Adamo ed Eva, letta fuori dal suo involucro teologico, sembra la memoria di un mondo perduto. Prima del frutto proibito, l’umanità vive...

Nati per morire: la caducità dei sentimenti e la bellezza effimera dell’amore

Una canzone come specchio dell’anima Ci sono canzoni che non si limitano a raccontare una storia: diventano un manifesto, una confessione, un grido che risuona con la fragilità umana. Born to Die — il brano che ci ha ispirato — è una di queste. Attraverso versi crudi e appassionati, parla di amore, solitudine, ricerca di senso e, soprattutto, della consapevolezza che tutto, anche i sentimenti più intensi, è destinato a finire. Ma è proprio questa caducità a renderli preziosi. La caducità come essenza dell’esperienza umana La canzone si apre con una domanda retorica: Why? È la domanda che tutti, prima o poi, ci poniamo di fronte al dolore, alla fine di un amore, o semplicemente alla consapevolezza che nulla dura per sempre. Il testo ci ricorda che siamo born to die, nati per morire, non solo nel senso letterale, ma anche in quello metaforico: ogni esperienza, ogni emozione, ogni relazione è transitoria. Questa idea non è nuova. La filosofia, la letteratura e l’arte da sempre riflettono ...