C’è un momento, nella vita, in cui la giovinezza smette di essere un ricordo e diventa un lavoro. Non un ritorno nostalgico, ma un esercizio di sottrazione: togliere il superfluo, disinnescare le rigidità, imparare a non irrigidirsi davanti al mondo. È un paradosso che si comprende solo tardi, quando l’età anagrafica ha già smesso di coincidere con quella interiore. La frase ci sono voluti molti anni per diventare giovani non è un motto motivazionale. È una constatazione quasi crudele. Perché la giovinezza, quella autentica, non appartiene ai ventenni: appartiene a chi ha attraversato abbastanza stagioni da capire che la leggerezza non è un dono, ma una conquista. La giovinezza come la intendo qui non è un’energia, ma una postura. È la capacità di guardare il mondo senza la corazza dell’abitudine. È la sospensione del giudizio, la disponibilità al possibile, la rinuncia a quella serietà che spesso scambiamo per maturità. E allora sì, ci vogliono anni. Anni per disimparare la fretta. A...
Divenni mio padre una mattina di dicembre ...