C’è un momento, nella vita, in cui la giovinezza smette di essere un ricordo e diventa un lavoro. Non un ritorno nostalgico, ma un esercizio di sottrazione: togliere il superfluo, disinnescare le rigidità, imparare a non irrigidirsi davanti al mondo.
È un paradosso che si comprende solo tardi, quando l’età anagrafica ha già smesso di coincidere con quella interiore.
La frase ci sono voluti molti anni per diventare giovani non è un motto motivazionale. È una constatazione quasi crudele. Perché la giovinezza, quella autentica, non appartiene ai ventenni: appartiene a chi ha attraversato abbastanza stagioni da capire che la leggerezza non è un dono, ma una conquista.
La giovinezza come la intendo qui non è un’energia, ma una postura. È la capacità di guardare il mondo senza la corazza dell’abitudine. È la sospensione del giudizio, la disponibilità al possibile, la rinuncia a quella serietà che spesso scambiamo per maturità.
E allora sì, ci vogliono anni. Anni per disimparare la fretta. Anni per smettere di difendersi da tutto. Anni per concedersi il lusso di non sapere.
In questo senso, la giovinezza tardiva è una forma di resistenza. Resistenza alla società della prestazione, come la descrive Byung-Chul Han: quella che ci vuole sempre attivi, sempre produttivi, sempre trasparenti. Nel suo La società della stanchezza, Han scrive che il soggetto contemporaneo non è più obbediente, ma prestazionale: si sfrutta da solo, si consuma nel tentativo di essere sempre all’altezza. La giovinezza autentica, invece, è una forma di sottrazione: non cerca di essere all’altezza, ma di essere presente.
La giovinezza, alla fine, non è un’età: è un atto di fiducia. E come ogni atto di fiducia, richiede tempo. Molto più tempo di quanto avremmo immaginato.
Han parla anche di vita contemplativa, come antidoto alla velocità e alla trasparenza. La giovinezza conquistata tardi è proprio questo: una forma di contemplazione, una lentezza che non è debolezza, ma profondità.
È il tempo che indugia, come la luce di una finestra laterale su un tavolo segnato dal tempo. È la capacità di osservare una mela che ossida, un caffè lasciato a metà, una frase incompleta su un quaderno — e riconoscere in tutto questo una bellezza che non ha bisogno di essere mostrata.

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